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equitazione sentimentale 


anno XII,  n. 4 – ottobre 2009

Assetto, andatura, reazioni - L. De Sévy - I

A partire da questo numero vi proporremo alcuni stralci dell’opera Assetto, andatura e reazioni” di Yves-Louis-Marie Turquet de Beauregard, che scrive sotto lo pseudonimo di L. de Sévy.

Il nostro primo pensiero è stato quello di stampare la traduzione completa, ma, in corso d’opera, ci siamo resi conto che a tratti il testo è piuttosto confuso, contradditorio e di difficile comprensione. Siamo agli inizi nel 1919, alla fine dell’Ottocento il fotografo M. Marey aveva presentato il proprio lavoro sui movimenti del cavallo, basato sullo studio dei singoli fotogrammi dei numerosi filmati che aveva realizzato e questo lavoro aveva chiarito una volta per tutte la successione delle battute e delle levate del cavallo nelle varie andature. A tutto ciò si rifà de Sevy che, aggiungendo nozioni di fisica e di meccanica, ha  dato poi una propria interpretazione al lavoro delle forze che agiscono sul cavallo, sul cavaliere e il risultato complessivo della loro interazione. Testo difficile quindi e spesso con la presenza di presupposti ormai superati, tanto più che era essenzialmente rivolto all’addestramento della truppa e ai cavalieri di salto.

Premesso ciò, poiché molti brani sono di sicuro interesse e, come tali,  stimolano la riflessione, abbiamo pensato di presentarvene alcuni a partire dalla prefazione fatta dal Generale de Lagarenne che, meglio di noi, esprime il sentimento dell’equitazione e del suo studio; segue la prefazione di de Sevy a spiegare gli intendimenti dell’opera e la sua presentazione.

Prefazione a Assiette, allures et  réactions, ed. Jean-Michel Place, Paris 1993:

L'equitazione non dovrebbe essere considerata una scienza esatta; è un'arte, le cui modalità variano nei tempi e nello spazio e i cui principi non hanno in alcun caso il carattere di dogma, ma devono necessariamente adattarsi al genere di utilizzazione del cavallo proprio a ciascuna epoca, a ciascun paese, a ciascuna civiltà.

È così che noi vediamo gli Arabi usare dei mezzi di tenuta e di condotta che non hanno alcun rapporto con quelli che noi pratichiamo; e ci sono tuttavia meravigliosi cavalieri che ottengono dai propri cavalli una velocità e un'istantaneità di obbedienza che suscitano l'ammirazione di chiunque li veda all'opera.

Si può dire altrettanto dei Cosacchi la cui equitazione differisce da quella degli arabi quanto la nostra.

I grandi cavalieri del XVIº e XVIIº secolo, i Pluvinel, i Newcastle, ecc. praticavano un genere di equitazione che noi saremmo tentati di qualificare come ridicola, ma che era in rapporto con l'uso che essi facevano del cavallo, pesante palafreno su cui essi si ergevano per dominare e stroncare l’avversario nei combattimenti, destriero che maneggiavano nei caroselli, pavoneggiandosi sotto l'occhio della dama dei loro desideri.

Quando la monta americana fece la propria apparizione nei nostri ippodromi questa innovazione fu accolta con un indignato stupore, oggi essa si è imposta e a nessun fantino passerebbe per la testa di montare diversamente.

Gli enormi ostacoli dei concorsi belgi e italiani, i campionati in altezza, hanno portato i cavalieri dell'attuale epoca a saltare con il corpo in avanti: all'inizio questo provocò un concerto di proteste e di sarcasmo, gli ufficiali tentati di imitare questo gesto nelle prove militari si videro richiamati all'ordine e penalizzati per la spiacevole mancanza di stile. Ma una trasferta a Torino fu la via di Damasco degli écuyer di Saumur, ed ora sembra antidiluviano saltare con il corpo all’indietro.

Senza bisogno di molti altri esempi si può affermare che l'arte dell'equitazione evolve quasi continuamente ed è giusto rallegrarsi quando questa evoluzione trova un serio fondamento nell'osservazione ponderata, aiutata dalla documentazione fotografica e cinematografica, e nello studio paziente e scientifico della dinamica animale.

Quando dei cavalieri appassionati per tutto ciò che concerne l'uso del cavallo si dedicano a delle ricerche sperimentali approfondite, quando essi ci fanno sapere “il perché” di certi fenomeni di locomozione, nota ma inesplicabile, quando essi deducono da questo lavoro delle nuove teorie, bisogna lodarli. E se le loro conclusioni cozzano con le idee correnti, se esse si formulano in critiche troppo severe o in principi troppo assoluti, bisogna evitare di essere rigorosi, anche quando l'ardore delle loro convinzioni li porta troppo lontano, anche quando essi sembrano scostarsi dai sentieri battuti, che per gli spiriti timorosi costituiscono il solo cammino corretto.

L'autore della presente opera, la cui personalità si nasconde dietro allo pseudonimo di Capitano de Sévy, è uno di questi ricercatori inarrestabili. Tutti gli uomini di cavallo hanno letto con il massimo interesse i due volumi che ha già pubblicato: Les allures et le cavalier e Saut d’obstacles et galop de course,  in cui ha sviluppato le teorie più nuove e le più documentate sul meccanismo delle andature supportandole con una serie di eccellenti riproduzioni fotografiche; in particolare ha messo in luce nel modo più originale l'influenza del gesto là dove finora si era cercato soltanto l'influenza della posizione.

Proseguendo le sue pazienti investigazioni, il Capitano de Sévy, in questo nuovo studio, dopo aver analizzato le ripercussioni dei movimenti del cavallo sull'assetto del cavaliere, ci mostra come si può attenuare con la posizione l'effetto delle reazioni del cavallo e mediante quale ammorbidimento, logicamente scelto, può avvenire l’adattamento del corpo del principiante a questa posizione, che per quanto si possa dire è sempre acquisita ben più che naturale.

Negli ultimi capitoli egli esamina l'utilizzazione delle diverse andature secondo i dettami dell'esperienza e della scienza e infine ci presenta un sunto di quella che è stata la posizione dell'uomo a cavallo attraverso i secoli, da Senofonte fino ai precetti dei nostri ultimi regolamenti militari.

Assetto andature e reazioni” otterrà senza dubbio un legittimo successo. I giovani istruttori ne trarranno preziosi insegnamenti ed i vecchi cavalieri, come chi scrive queste righe, saranno riconoscenti all'autore per aver elargito loro questi studi equestri che chi ama appassionatamente il cavallo non dovrebbe assolutamente ignorare.  (Général de Lagarenne, ispettore generale delle Rimonte).

 

Introduzione (L. de Sévy).

Vorrei tentare di gettare un po' di luce sull'argomento tanto complesso dell'assetto.

L'assetto! Non è forse l’espressione più diffusa tra i cavalieri? Chi di noi è non sente rivivere nella propria memoria di debuttante la sacra formula: “bisogna incominciare ad avere l'assetto”? Chi non ha trasalito di intensa soddisfazione ricevendo il classico complimento: “voi incominciate ad avere dell'assetto”? È la condanna più assoluta, più spietata che il temibile giudizio di una commissione d'esame possa fare: “manca totalmente di assetto” o ancora “non avrà mai l’assetto”. Come se l'assetto fosse un qualche dono misterioso che la buona fata dei cavalieri depone, seguendo il proprio capriccio, nella culla dei neonati e senza il quale tutta la buona volontà è ridotta a nulla.

E tuttavia, se noi cerchiamo una definizione di questa tanto preziosa qualità non la troviamo da alcuna parte. Il nostro regolamento, che si prende cura di subordinare all’assetto tutti gli sforzi dell'apprendista cavaliere, non fa su di esso alcuna precisazione.

Questa lacuna è tanto più incresciosa in quanto senza assetto, ci è stato sovente ripetuto, il cavaliere non può tentare alcunché.

Infatti constatiamo tutti i giorni in maneggio che la decontrazione e l’uso preciso degli aiuti sono realizzabili soltanto se il cavaliere beneficia di un assetto confermato.

Se l'assetto non c'è, il corpo si irrigidisce, ci si spazientisce, la posizione si altera e l'animale prende velocemente coscienza dell'incapacità di chi ha la pretesa di dominarlo. Compaiono resistenze o difese ed il cavaliere perde tanto più rapidamente il controllo dei propri troppo modesti mezzi quanto più la sua cavalcatura, incoraggiata dalla timidezza o dalla goffaggine del castigo, lo mette di fronte a  problemi più difficili.

Tuttavia una questione preliminare si pone: le difficoltà che abbiamo intravisto si applicano al cavaliere che cerca di sedersi in sella. Ma è dunque necessario essere seduti?

Il fantino nell’ippodromo non cerca di combattere le reazioni della propria cavalcatura; più abilmente, sembrerebbe, si accontenta di evitarle sopprimendo qualsiasi contatto tra la seduta e la sella; in passeggiata, al trotto sollevato, il cavaliere cede senza lotta ad una reazione, poi evita del tutto naturalmente l'impatto della seguente.

Piuttosto che scontrarci di fronte a qualche difficile problema, non sarebbe più vantaggioso eluderlo?

Lo scopo che ci prefiggiamo ci invita a rispondere in modo negativo. Noi ci proponiamo di studiare la formazione di un cavaliere militare: l'addestramento del cavallo e l'utilizzazione delle armi saranno i suoi principali pensieri. Egli non può accontentarsi di soluzioni che, malgrado i loro incontestabili vantaggi, hanno per lui soltanto il valore di ingegnosi artifici.

In effetti, al galoppo veloce, sostituendo ai punti di appoggio della seduta quelli delle ginocchia e delle mani il cavaliere paralizza la libertà dei propri aiuti, il cui intervento precario si riduce all’azione di brevi istanti.

Al trotto sollevato, l'appoggio sulle staffe che il cavaliere è obbligato a prendere un tempo su due, ha come risultato di fargli perdere nello stesso momento il contatto delle gambe con il corpo del cavallo. L'azione del cavaliere sulla cavalcatura diviene così fuggevole e dipendente da condizioni di cui il cavallo prende coscienza e ben presto approfitta in caso di conflitto con il cavaliere.

Solo l’appoggio costante e sicuro dell'assetto permette al cavaliere l'uso completo e permanente degli aiuti consentendogli il tatto, il vigore e l’autorità.

Con la discesa delle cosce si stabilisce tra cavallo e cavaliere una solidarietà di cui quest'ultimo beneficia per agire istantaneamente sull'equilibrio della propria cavalcatura ed imprimergli i cambiamenti di attitudine conseguenti ai gesti stessi che egli esegue.

Infine il cavaliere seduto si trova nell'unica posizione che permette i lunghi soggiorni in sella.

Senza dubbio la monta americana dei fantini ed i metodi simili soddisfano maggiormente il principio dell'economia delle forze del cavallo; questo non deve subire l'inerzia totale e immediata del cavaliere seduto; ma questa posizione è vantaggiosa soltanto per facilitare uno sforzo violento, intermittente, corsa o salto, e non soddisfa le esigenze dell'equitazione militare.

C'è dunque un vantaggio teorico e pratico nell’abbordare questo difficile problema. Non soltanto un po' di luce faciliterebbe qualunque studio speculativo sulle questioni equestri, ma permetterebbe un serio controllo dei metodi di addestramento e di equitazione, sostituirebbe il razionale all'empirico, donerebbe  all'istruttore i mezzi per ridare fiducia agli scoraggiati o per confermare i fortunati debuttanti. Proveremo dunque a definire l'assetto; per arrivarci partiremo dalla comparazione dettagliata tra la posizione che caratterizza un cavaliere e quella di un principiante.

L'idea di movimento, che è impossibile trascurare in qualunque studio equestre, ci porterà a legare strettamente la nozione di scioltezza alla nozione di equilibrio. Saremo dunque spinti ad esaminare il modo in cui un cavaliere reagisce all’impatto con il cavallo. Studieremo in che cosa può consistere il fenomeno dell'adattamento che, applicato al cavaliere, gli dona quella scioltezza così particolare. Faremo in seguito un rapido esame dei procedimenti di istruzione che permettono di realizzare questo adattamento.

A questo studio dell’assetto aggiungeremo qualche riflessione sulle andature. Tenteremo di provare che esse sono non soltanto naturali, ma anche razionali e in accordo con il principio di economia delle forze generalmente osservato in natura.

Termineremo con un rapido cenno sulla posizione dell'uomo a cavallo attraverso i secoli e di quella che fu, nel corso dei secoli, l'evoluzione dei suoi mezzi di azione e di dominio sulla propria cavalcatura.

G. BELLI


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