AMMAESTRARE, ALLENARE, ADDESTRARE O ……DIALOGARE………….
Uno degli errori più frequenti che tutti i
cavalieri alle prime armi fanno e che in ogni caso io feci, quando volli
iniziare a ”lavorare in piano” con la mira di “imparare il dressage”,
è quello di considerare gli esercizi come sostanzialmente finalizzati
alla competizione. Per questo motivo continuavo ad effettuare lo stesso esercizio
molte volte tentando di farlo eseguire al cavallo nel modo apparentemente
più corretto. Se lo eseguiva lo premiavo, se si ribellava, lo punivo.
La punizione, il premio, la ripetizione erano le coordinate per ottenere
l’esecuzione, una sorta di meccanizzazione comunque mai consolidata, la progressione
era molto lenta, gli esercizi erano privi di espressività, forzati,
senza una vera collaborazione da parte del mio partner, in una parola: brutti.
Gli esercizi non avevano altra logica che la ripetizione sino alla nausea
del grafico da affrontare senza aderenza allo sviluppo muscolare e alla comprensione
da parte del cavallo (ma ciò lo scoprii alcuni anni dopo). Il cavallo
era nervoso, non gradiva il lavoro, spesso si ribellava, mi sembrava che
tutto in realtà fosse controproducente.
In seguito ho capito che tutto ciò derivava sostanzialmente
da un malinteso, cioè dall’aver confuso addestramento, ammaestramento
e allenamento. Questi termini mi sembravano sinonimi ed invece nel tempo
ho scoperto la grande differenza che li distingue.
Ammaestrare è un termine che sottintende l’uso delle
leggi che regolano i riflessi condizionati: ripetizione, premio, punizione
etc. etc. per ottenere l’esercizio desiderato. Qui si concepisce il cavallo
come essere intelligente, ma solo sino ad un certo punto. Può comprendere
bastone e carota, ma è un essere inferiore da sottomettere alla nostra
volontà, senza tener conto delle conseguenze sul suo stato fisico
o psichico, perché la sua progressione educativa qualifica la nostra
capacità, gratifica il nostro ego.
Allenare è termine che tiene conto certamente delle qualità
fisiche, e su queste punta tutta la capacità del cavaliere.
Sceglie un soggetto di grandi qualità da potenziare, sviluppare, per
rendere questa macchina di muscoli più efficiente. E’ un termine prettamente
sportivo a basso contenuto culturale, perché, per il conseguimento
dei propri fini , il premio, vede solo l’aspetto del potenziamento della
dotazione naturale.
Addestrare, invece è termine più colto. Prende
in considerazione la complessità della macchina, il suo equilibrio,
la sua scioltezza, il potenziamento dei muscoli, ma anche la conservazione
delle articolazioni etc. Interviene sulla dinamica del cavallo, asimmetrica
e squilibrata in natura, per renderla simmetrica ed in equilibrio con l’uso
di esercizi specifici, che di volta in volta sviluppano il potenziamento
e la scioltezza dell’arto o della parte sottoposta all’esercizio. In questa
concezione c’è la considerazione del cavallo come mezzo muscolare
imperfetto da migliorare per ottenere un miglior risultato, più eleganza,
più resistenza, più dinamica. Tiene conto e rispetta il suo
corpo. punta il miglioramento non sulle doti del cavallo soltanto, ma sulle
capacità tecniche e culturali del cavaliere.
Ma anche se, correttamente, si introducono tutte e tre queste
componenti nella pratica quotidiana, ciò non di meno non si
soddisfa il desiderio di coloro che col cavallo vogliono instaurare un altro
tipo di rapporto una sorta di dialogo.
Nel “Dialogare” non è previsto l’insegnamento di nulla.
Il cavallo trotta, galoppa, cambia di galoppo libero nel paddok,
improvvisamente si immobilizza, scuote la testa, entra in passage, annusando
l’aria e con la coda dritta si pavoneggia, poi riparte al galoppo, fa una
piroetta, un’altra e un'altra ancora, quindi, innervosito, si avvicina all’uscita
e qui inizia un piaffer soffiando e nitrisce sino a quando qualcuno non lo
riporta nel suo box a consumare il pranzo. Tutti noi abbiamo assistito molte
volte a questo spettacolo di eleganza e prestanza fisica. Cosa dovremmo insegnargli
quindi? Nulla.
Nel dialogo è previsto il saper ascoltare, saper sentire, saper
comprendere, per poi poter dialogare.
Dialogare è esattamente questo: comprendere il linguaggio
corporeo, saperlo utilizzare, potere entrare in sintonia col cavallo per
guidarlo col proprio corpo, dolcemente, senza movimenti appariscenti, attraverso
gli esercizi desiderati, proprio come fosse un dialogo, dove le parole sono
sostituite da gesti leggeri e furtivi. Allora gli esercizi hanno tutti un
loro significato, non solo di preparazione muscolare e fisica, che fa capo
al capitolo dell‘addestramento di cui parleremo in altro articolo, ma soprattutto
di comprensione tattile-corporea che ovviamente viene affinata dal totale
rilassamento muscolare del cavaliere. Con il tempo si riesce a comprendere
e a dominare la propria motilità, e con essa la mobilità della
propria cavalcatura.
Per ottenere questo è assolutamente essenziale affinare la
propriocezione per conseguire un assetto stabile e corretto. Raggiungere
la consapevolezza dei movimenti che eseguiamo col nostro corpo per non commettere
“errori linguistici”; raggiungere un equilibrio stabilmente corretto, perché
ogni alterazione modifica la capacità di linguaggio, guastando il
dialogo e sviluppando incomprensioni.
E’ solo quest’affiatamento corporeo e psichico, che trasforma l’equitazione
in piacere, che non scaturisce dal premio o dal plauso di compiacenti ignoranti
spettatori, ma fine a sé stesso, armonia di due corpi, opera d’arte
che svanisce nel momento stesso della sua esecuzione.
G.C. MAZZOLENI
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