con il patrocinio della Fiera
Malpensacavalli 2005
convegno svoltosi il 2 aprile 2005 organizzato da
"Il sogno del centauro"
Ass. L'Auriga
Onlus - Cavalgiocare - S.I.A.E.C. Equitazione sentimentale
- U.I.S.P. Lega attività equestri
" un altro insegnamento
per un’altra equitazione"
relazioni introduttive
"UISP SPORTPERTUTTI E LEGA ATTIVITÀ EQUESTRI"
di Giovanni Gamberini – Vice Presidente Lega Attività Equestri
UNA BREVE PRESENTAZIONE
UISP – Unione Italiana Sport Per tutti - è un ente di promozione sportiva
fondato nel 1948, riconosciuto dal CONI, opera in Italia in ambito sociale
e in quello dello sport dilettantistico, aderisce e collabora con numerosi
enti internazionali e presiede l'Unione Europea Sport per Tutti fondata nel1988
e riconosciuta dalla Comunità Europea.
I numeri dell'UISP in sintesi sono:
1.000.000 soci, di cui 20.000 praticano attività equestri
14.000 società sportive, di cui 250 aderenti alla Lega Attività
Equestri
26 tra Leghe, Aree di attività e Coordinamenti
159 comitati regionali e territoriali
1.000 circoli con attività di bar e ristoro.
Tra i principi ispiratori dello SPORTPERTUTTI ci sono la salute, la
qualità della vita, l'educazione e la socialità.
Tra le scelte c'è quella di mettere al centro dell'attenzione il soggetto,
donne, uomini e nel nostro caso anche i cavalli, di ogni età, ciascuno
con i propri diritti, motivazioni e differenze da riconoscere e valorizzare.
Lo SPORTPERTUTTI si riconosce in una filosofia dell'inclusione e tende a
ridisegnare l'attività di ogni disciplina modellando la proposta ludica
o educativa intorno al profilo di ciascuno, e quindi si differenzia dallo
sport di prestazione assoluta che privilegia attività monodisciplinari
rigidamente codificate e implica logiche e strategie fondate su attitudini
e potenzialità individuali fortemente selettive.
Lo SPORTPERTUTTI non rinuncia a sviluppare programmi basati sull'idea di
gareggiare, ma ha come riferimento la gioia prodotta dal gioco del confronto,
la solidarietà, il territorio, la cultura dei diritti e dell'ambiente.
LA LEGA ATTIVITÀ EQUESTRI é nata a metà degli anni 80
e si ispira naturalmente a questo progetto sportivo; ha nel proprio profilo
genetico valori e principi che costituiscono la sua identità e ne
marcano la diversità rispetto ad altre organizzazioni che operano
nella galassia variegata dello "Sport Equestre".
L'orientamento all'innovazione, alla ricerca e alla sperimentazione quindi
risulta implicito nella proposta sportiva della lega che, nello specifico
ambito in cui opera, oltre al progetto generale sopra indicato, si propone
di:
• Dar corpo al principio di responsabilità che deriva
dal riconoscere i diritti al benessere di tutti gli animali.
• Adottare sistemi di insegnamento che valorizzano gli
apprendimenti.
• Valorizzare le possibilità di ordine ludico, educativo
e sanitario che possono derivare da un'esperienza ricca stimoli di ordine
fisico, ralazionale, emotivo e cognitivo.
• Diffondere la pratica di corrette dinamiche relazionali
tra uomini animali e ambiente.
Il percorso formativo, rivolto a figure tecniche di riferimento della Lega,
siano essi operatori volontari, educatori, dirigenti, o conduttori di impianti
sportivi, ha avuto negli anni una continua evoluzione, non sono mancati confronti
e scontri che hanno sicuramente arricchito il quadro dei riferimenti cui
si é ispirata l'attività formativa e quella di ricerca.
Oggi, alcune realtà fanno parte delle elaborazioni svolte nell'ambito
culturale della Lega: il programma di formazione di base per Operatori Volontari,
il laboratorio di ricerca sull'isodinamica equestre e l'equimozione, la pratica
educativa dell' Associazione Club Cavalgiocare® , il metodo dell'Auriga
di approccio al disagio, la realtà editoriale di Equitare.
CAVALCARE LE EMOZIONI
All’interno di questo quadro assume il suo corretto significato il concetto
di relazione tra umani e cavalli domestici, un settore di base nei
nostri piani di formazione, erroneamente definito dai nostri allievi "etologico",
ma che in effetti ha molti più elementi di riflessione tipici dell'antropologia.
Il territorio di ricerca è costituito dalle molteplici esperienze
che si possono vivere attraverso un rapporto guidato con gli animali; il
centro di questo immaginario e magico territorio di scoperte e di elaborazioni
è costituito dal fascino della relazione Uomo-Cavallo.
Relazione sottintende un rapporto dinamico tra due soggetti, ognuno dei quali
si orienta al sentimento della condivisione di tempo e spazio; la relazione
comprende:
• l’attenzione all’altro, il riconoscimento e la conoscenza
della sua diversità
• il coinvolgimento emotivo, sentimentale e fisico e la
disponibilità a cambiare
• le aspettative di disponibilità dell'altro ma
anche il riconoscimento del diritto dell'altro al disaccordo.
Educare alla relazione vuol essere anche un invito alla responsabilità
e alla valutazione delle conseguenze che derivano, per gli altri, da ogni
nostra azione.
Ritengo che una motivazione al triste rapporto che proprio oggi molti vivono
o fanno vivere al cavallo derivi dall'assenza di figure di riferimento, modelli
un rapporto di intesa. Con la scomparsa di quegli sciamani di casa nostra
chiamati "uomini di cavalli" interpreti del diverso e guide verso la speciale
animalità del popolo dei cavalli, sono rimasti sulla scena molte comparse.
Chi viveva, allevava o lavorava con gli animali, aggiungeva al tempo del
lavoro condiviso, il tempo e il lavoro necessario per garantire salute e
benessere al proprio insostituibile animale-compagno.
Il dopoguerra e in particolare gli anni 60 e 70 sono stati quelli del cambiamento
radicale di vita: milioni di contadini sono andati a vivere nelle periferie
delle città, sono diventati operai e hanno giustamente, per la loro
cultura, instaurato con l'automobile un rapporto condizionato dall'abitudine
alla relazione più che all'uso. Si é cosi creato in quegli
anni il buffo fenomeno delle auto riposte tutte le sere nel garage, spesso
anche coperte con un telo, e tutte le domeniche si rinnovava lungo le strade
il rito del lavaggio e asciugatura del mezzo meccanico a cui spesso veniva
anche dato un nome. É bastato un passaggio di generazione e i figli,
ignari della dimensione relazionale, ma educati all'interazione d'uso con
macchine, attrezzi e un mondo di oggetti, non si pongono il problema dell'auto
al riparo e non pensano minimamente di passare una domenica mattina nel rito
del lavaggio; d’altro canto se hanno un rapporto con gli animali, trovano
naturale proporsi in maniera e lineare come con uno strumento; ad un
ordine preciso si aspettano una risposta corretta e sempre uguale, come da
istruzioni.
Il passaggio da partner a oggetto è stato diretto, una scivolata nel
baratro della scienza senza anima, della tecnica che non riconosce un ruolo
al sentimento. È stato facile perdere il principio della relazione
perché i cambiamenti ci hanno portato insieme comodità e privilegi
incredibili, ma oggi ci accorgiamo di essere cresciuti monchi della nostra
animalità. Svanita la cultura della relazione, l’animale non più
partner è diventato oggetto posseduto per uno scopo spesso estraneo
alla sua natura, un’entità costretta ad adattarsi ad un ruolo senza
possibilità di proposta o interpretazione soggettiva.
Studi recenti ci dicono che i bambini non conoscono più alcuni animali
domestici, ignorano come sono fatti, non conoscono il comportamento animale
ma sono convinti di conoscerlo perché hanno assunto per validi i modelli
imposti dai media; molti hanno sviluppato alterazioni preconcette o vere
idiosincrasie-allergie verso alcuni animali. L’influenza dei polli, mucca
pazza, l’aggressività dei cani sono i più macroscopici segnali
di come scelte tecnicamente corrette ma inconsapevolmente offensive
dell’armonia della vita, sono alla base del disagio che imponiamo agli animali
e di come questo si stia ritorcendo contro di noi.
Noi, i cavalli, gli altri animali domestici, oggi viviamo un rapporto senza
magia.
Siamo quelli di oggi in virtù della speciale capacità sviluppata
della specie umana di stabilire relazioni con la natura e con gli animali.
In quelle strutture di relazione sia uomini che animali avevano riconosciuto
dall’altro un ruolo di soggetto, di altro con altre competenze e altre abilità,
di fonte di ispirazione. Se il lupo divenuto magicamente un alleato della
nostra specie non ci avesse permesso di dormire più tranquilli e di
seguire più efficacemente le piste facilitando la cattura delle
prede, di sicuro non avremmo avuto il tempo e le energie per immaginare una
vita migliore e per progettare soluzioni ai problemi. Con noi il lupo è
diventato cane e noi siamo diventati collettività ingegnose. Quel
piccolo e veloce equino che ha sicuramente condiviso con noi il riparo dai
predatori e beneficiato della guardia dei cani, prima ci ha aiutato nel trasporto
delle prede e dei materiali e poi ci ha accettato sulla schiena dando alle
nostre gambe quella velocità e quella resistenza che avevamo sempre
invidiato a tutti i quadrupedi. Con noi è diventato un grande cavallo
e noi siamo diventati un popolo di grandi viaggiatori.
Il fascino di cui gode ancora oggi il cavallo deriva dalle sue enormi doti
relazionali espresse attraverso la magnificenza fisica, la preziosità
emotiva e quella rara predisposizione mentale che chiamiamo capacità
di adattamento: tutto questo ce lo ha reso speciale, eroico compagno dei
grandi uomini nelle grandi imprese, compagno generoso nella vita dei più
umili. Oggi pur banalizzato, relegato al ruolo di strumento sportivo, di
regalo al bambino che crescendo dovrà sbarazzarsene, di oggetto da
svago, mantiene acceso il fuoco della vita selvatica. É ancora lì
in attesa, disponibile per un' avventura nel mondo dei sensi, del qui e ora,
del progetto di scoperta delle nostre e delle sue doti.
Le opzioni educative e sportive, didattiche e di ricerca che nascono da questi
presupposti sono innumerevoli e straripano da quell'ambito cupo e di sofferenza,
pregno di preconcetti utilitaristici e militari e di consuetudini farmaceutiche,
in cui si sono dipanate le storie sportive equestri dell'ultimo secolo.
Oggi il cavallo si merita un rapporto di relazione: noi possiamo ritrovare
con lui l'incanto dell'intesa, quell'anello di Re Salomone che sta da sempre
nell’incontro e nel confronto tra diversi, nell’empatia che nasce dalla conoscenza
dell’altro e dall’esigenza di cambiare punto di vista per riconoscere se
stessi attraverso la relazione con l’altro.
Oggi per mantenere in vita la scintilla della cultura della relazione partiamo
da qui, non è nè bene nè male, è un dato di fatto.
Rilanciare il rapporto, un tempo naturale con il selvaggio, con le emozioni
e con i sentimenti è molto più impegnativo ed enormemente più
appagante di quanto si creda.
"LA LIBERA CORSA DI CAVALGIOCARE”
di Raffaele Mantegazza,Cattedra di Pedagogia interculturale e della
cooperazione
Università di Milano Bicocca
malpensacavalli2005
convegno: un altro insegnamento per un’altra equitazione
Finché poi si gettavan via gli speroni perché non esistevano
speroni e si gettavan via le redini perché non esistevano redini e
si intravvedeva appena la terra che fuggiva via davanti a noi come
una prateria rasata di fresco, senza più il collo né la testa
del cavallo.
Franz Kafka, Desiderio di diventare un pellerossa
Educare con i cavalli? Non “per mezzo” dei cavalli, usandoli come strumenti
con la stessa dignità di una fotocopiatrice o di un powerpoint: no,
proprio con i cavalli, nel senso di “insieme ai cavalli”, e in senso più
ampio insieme agli animali. Questa mi sembra la proposta forte e vincente
di “Cavalgiocare”: l’animale come partner, come compagno di gioco e di educazione,
come amico che ci segue e ci sta vicino chiedendoci risposte calibrate sulla
sua diversità ed educandoci a un decentramento salutare dalla nostra
boriosa sicurezza di essere i dominatori del mondo. Avendo visto di persona
il metodo Cavalgiocare® in azione, mi sembra di poter dire che i suoi
punti forti possano essere identificati come segue:
a) l’alternanza tra teoria e pratica: non si cade
nell’ideologia della natura-facile, dell’animale cui si accede nudi e senza
preconcetti perché “tanto si sa naturalmente cosa fare e come farlo”.
Possiamo addirittura dire che qui la natura è più un risultato
che una premessa: nel senso che l’uomo inurbato del XXI secolo ha bisogno
di imparare, o se vogliamo di re-imparare, contatti e linguaggi con il mondo
naturale. E siccome la razionalità e la riflessione sono lo specifico
della specie umana, sono la nostra “natura” o il nostro modo di “essere natura”,
in questa proposta il pensiero non è spento ma sempre attivo per riflettere
e mettere in prospettiva le esperienze compiute. La natura deve diventare
allora “seconda natura” per l’uomo e la donna del III millennio e lo può
fare grazie a un potenziamento e una elasticizzazione della razionalità,
non certo grazie a una sua eclisse.
b) la necessità di ridefinire le sequenze temporali:
il rallentamento e la ridefinizione dei propri ritmi e delle proprie temporalità
ci è sembrata la caratteristica fondamentale dell’approccio fisico
al cavallo. La consapevolezza del proprio ruolo di predatore porta alla necessità
di trattenere i propri gesti, di abitare un’altra dimensione temporale. Il
corpo impara nuovi modi di approcciarsi, di sbieco e obliqui rispetto all’incedere
maestoso dei trionfi o all’assalto alla baionetta che ci vengono ancora e
sempre proposti come tipici dell’uomo forte. La forza è qui semmai
forza di non fare, di attendere, di leggere nell’altro il permesso a un approccio,
l’invito, l’abbassamento della guardia. La carezza è forse all’origine
uno schiaffo trattenuto, e ovviamente questo lo si impara quando si è
a contatto con il più debole che si offre solamente a un approccio
rallentato e laterale
c) la critica a ogni ideologismo pseudo-animalista: definire
l’uomo come predatore e fare di questa consapevolezza la base per un’azione
pedagogica fa piazza pulita di ogni tentazione riduzionistica, che ha lo
sgradevole effetto di umanizzare l’animale al punto da non vederlo più
nella sua alterità. Uomo/donna e cavallo sono differenti (sono differenti
anche gli approcci di genere? E’ possibile determinare un quadrilatero di
relazioni uomo/cavallo, donna/cavalla, uomo/cavalla, donna/cavallo?
Potrebbe essere una interessante pista di ricerca futura.). Proprio a partire
da questa differenza è possibile educare i ragazzi e i bambini;
differenza che è anche potere, redistribuzione del potere: chi
ha il potere nella relazione con il cavallo? E quali poteri sono in gioco,
da una parte e dall’altra?
d) la critica a ogni tentativo di piegare l’animale a logiche
economiciste: un quantum di umanizzazione è essenziale all’addomesticamento,
ma umanizzare significa mettersi come uomini e donne dalla parte dell’animale,
e addomesticare significa creare una “domus” come spazio umano di tutela
e di cura. In questo ci sembra che la proposta di “Cavalgiocare” scavalchi
la pet-therapy, proprio perché inventa uno spazio nuovo, liberato
dalla cifra del dominio così come il cavallo e il pellerossa kafkiani
si trovano liberati l’uno e l’altro e l’uno dall’altro, nella loro libera
e sfrenata corsa senza fine. " UN NUOVO INSEGNAMENTO PER UNA NUOVA
EQUITAZIONE."
Di Giancarlo Mazzoleni, presidente della Società
Italiana di Arte Equestre Classica, Equitazione sentimentale
Finalmente anche la scuola italiana gode di un autonomia che consente ai
vari istituti scolastici di formulare nuove esperienze didattiche. Questa
novità in campo scolastico nazionale deriva da una visione in cui
la diversità è considerata una ricchezza, mentre la programmazione
unitaria, uguale per tutti, costituisce una sorta di freno all’intelligenza,
alla sperimentazione, alla stessa evoluzione culturale.
In equitazione da sempre l’autonomia d’insegnamento è stata la ricchezza
che rispecchiava la definizione di arte. Il periodo più glorioso dell’equitazione
italiana, il Rinascimento, vedeva la presenza di decine di scuole d’arte
e alcuni dei cavallerizzi, così allora si chiamavano i maestri di
equitazione, rimangono come esempi storici, Pignatelli, Grisone, Fiaschi,
Santapaulina sono nomi noti in tutto il mondo perché loro, insieme
ad altri meno noti, portavano per le vie d’Europa il verbo dell’arte equestre
Italiana.
Durante i secoli successivi l’equitazione ha sempre mantenuto questa
sua varietà di insegnamento che rispecchiava le tendenze filosofiche
e le necessità dei tempi. Il Barocco con la sua eleganza, l’Illuminismo
con la sua ricerca scientifica, il Romanticismo con suo spirito eroico hanno
espresso modi di interpretare il cavallo assai differenti fra loro. Scontri
non solo verbali hanno sottolineato in questo secolo la passione e l’ardore
con cui le differenti tendenze “artistiche “equestri si confrontavano. Miglia
di libri testimoniano la ricchezza che l’arte equestre contiene in sé.
Nel passato oltre che macchina da guerra, compagno di divertimento,
monumento artistico, mezzo per esprime maestria ed estro, il cavallo
è stato considerato anche elemento di supporto alla salute del cavaliere,
tanto che uno tra i tanti, Thomas Sydenham (1624-1689) illustre medico
a cui per circa duecento anni si è ispirata la medicina Inglese, consigliava
l’equitazione per molti malanni, dalla scoliosi alle forme artrosiche, dalle
forme respiratorie alle forme nervose.
Noi, uomini moderni, non possiamo che convalidare ciò che Vecchi
saggi maestri di cavallo e di vita sostenevano, ogni volta che sottolineiamo
i successi dell’ippoterapia sia nel caso si tratti di terapia vera e propria,
sia che rimanga solo nella sfera dell’attività di sostegno ai portatori
di disagio fisico, psichico o sociale.
Ma volendo allargare questo orizzonte possiamo dire che il cavallo
oggi, come allora, può essere considerato un ottimo sostegno “terapeutico”
per tutti noi, che ci ostiniamo a considerarci i normali, ma che del nostro
corpo e della nostra mente, facciamo un uso sconsiderato.
Pensare che tutto questo enorme bagaglio culturale, artistico, tecnico e
scientifico possa essere sostituito da un insegnamento estrapolato esclusivamente
dalle esperienze della competizione e che sportivi, pur abili, il più
delle volte senza nessun retroterra culturale, possano essere i garanti dello
sviluppo dell’arte equestre, è, se non altro, un atto di presunzione
che nasce da una sopravvalutazione delle proprie esperienze e da una assoluta
ignoranza della cultura del cavallo.
Il rifiuto dell’equazione cavallo=concorso e soprattutto la pochezza
culturale e tecnica contenuta nei metodi di insegnamento a questa equazione
ispirati, ci ha indotto prima a mettere a disposizione dei cavalieri italiani
i testi dell’equitazione classica, tradotti da noi per la prima volta,
e successivamente a percorrere la strada della ricerca per individuare un
metodo tra i mille proposti dai vecchi maestri che rispondesse ad un desiderio
che ci sembri sempre più diffuso: equitare con e per piacere nel massimo
rispetto del cavallo, della sua struttura fisica e psichica.
Così abbiamo dato vita al Centro Studi di Equimozione
e Isodinamica sotto l’egida del “Sogno del centauro”.
Il centro ha come scopo lo studio dell’attività cinetica del cavallo
e le conseguenze che sorgono dal rapporto tra questa e l’attività
cinetica volontaria o involontaria del cavaliere. L’approfondimento di questo
studio, coi supporti tecnici che i nostri tempi ci consentono, ci ha portato
a conoscenze più chiare delle relazioni tra i due corpi, ma anche
ha dimostrato le interferenze nell’uso degli aiuti e dei mezzi sussidiari,
sino a definire il perché e il come questi elementi possano giocare
un ruolo sfavorevole alla salute del cavallo, alla sua integrità fisica
e psichica, ma nel contempo giochino sfavorevolmente anche sulla salute del
cavaliere e sulla sua stessa integrità.
Successivamente il contributo di Andrè Bourlet Slavkov e del suo “mimo
equestre” ha contribuito ad una svolta fondamentale, perché ci ha
svelato la possibilità di trasferire gli studi relativi alla dinamica
del cavaliere, sul terreno e quindi la possibilità di studiare meglio
le condizioni che vengono a verificarsi nelle varie e differenti situazioni.
L’analisi dei movimenti corporei del cavaliere nella rappresentazione mimica
delle andature e “arie” o figure, consente di cogliere gli elementi
scorretti, quelli insufficienti e quelli assolutamente impropri, di correggerli,
eventualmente con esercizi adeguati, sino a permettere al cavaliere il superamento
dei propri impedimenti fisici che spesso non hanno relazione col solo campo
equestre, ma sopratutto con l’attività quotidiana.
Ciò che più colpisce in questa modalità di studio è
che la comprensione dell’elemento cinetico che crea le difficoltà
del cavaliere diventa immediata, svelando costantemente che i problemi attribuiti
al cavallo altro non sono che il riflesso delle incapacità dinamiche
del cavaliere. Rigidità muscolari, inabilità al
controllo del proprio corpo, soprattutto della parte essenziale necessaria
per equitare: il bacino e il torace.
Ciò ha condotto ad alcune considerazioni fondamentali:
1) il cavallo mostra in modo inequivocabile i nostri limiti
nel controllo del corpo e del respiro.
2) il cavallo può essere un compagno insostituibile
nel lavoro di recupero della consapevolezza del nostro corpo
3) il cavallo può dare un grande contributo alla
nostra salute, ma solo se, nell’attività dell’ equitare, si rispetta
la sua capacità cinetica autonoma, cioè solo se non lo consideriamo
come una macchina inerte da costringere e pilotare, ma come il nostro compagno
di ballo
4) questa modalità di interpretare il cavallo, può
consentire un miglioramento per tutte le attività prettamente ludiche,
ma anche per quelle competitive.
5) L’ applicazione dello studio dell’equimozione e dell’isodinamica
non solo garantisce un più sereno e rispettoso modo di equitare, ma
migliora nettamente le prestazioni fisiche del cavallo e del cavaliere
Questi studi hanno portato a definire una serie di movimenti a terra che
comprendono tutte le andature e tutte le “arie”, le modalità di esecuzione
corrette e scorrette, ma anche gli esercizi correttivi per intervenire sulle
singole particolarità dello specifico cavaliere. Questo nuovo approccio
all’equitazione ha diversi vantaggi:
1) il cavaliere principiante può iniziare in modo
corretto la sua vita equestre, con maggior sicurezza e consapevolezza
2) minor rischio per la sua integrità fisica dovuto
alla consapevolezza degli elementi di rischio e del loro perché
3) correzione delle alterazioni che intervengono
per l’attività quotidiana
4) correzioni delle carenze conseguenti ad un apprendimento
inconsapevole, inadeguato e ,o scorretto
5) miglioramento del benessere dei cavalli
6) recupero di cavalli con alterazioni deambulatorie conseguenti
ad assetto non congruente e o uso degli aiuti inadeguato
I risultati sono stati messi a disposizione per la formazione dei professionisti
e degli appassionati.
La UISP- Lega attività equestri ha adottato questa chiave interpretativa
per la formazione dei propri tecnici, collegando queste esperienze con altre
con cui in ogni caso hanno in comune finalità e ottica di rapporto.
L’iter formativo che abbiamo impostato parte dal presupposto che colui che
si dedica in forma professionale o dilettantistica all’educazione equestre
debba essere colto, esperto e capace, rispettoso del cavallo e del cavaliere
che gli si affida.
Questa nuova ottica nella formazione in realtà si collega strettamente
ai testi più classici dell’equitazione da cui trae sostanzialmente
l’approccio tecnico e comportamentale. Per altro tutti gli studi effettuati
non hanno fatto altro che convalidare l’assoluta correttezza della
maggior parte degli scritti che nel corso dei secoli sono stati pubblicati,
e che confermano una assoluta ovvietà : i vecchi maestri conoscevano
molto più approfonditamente il cavallo e quindi sapevano rapportarsi
con lui in modo più adeguato e rispettoso anche di chiunque oggi si
erga a innovatore. Per questo non abbiamo nulla da inventare se non
un nuovo modo di proporre quegli insegnamenti che sia più correlato
alle nostre nuove condizioni di vita.
Abbiamo già concluso la prima esperienza con un gruppo di dieci futuri
“educatori alle attività equestri” ci sembra che l’interesse sia altissimo,
ma soprattutto il corso risponda alle loro esigenze di cultura, di lavoro
e di piacere qualunque sia la strada equestre che hanno intenzione di percorrere.
"L'attitudine mentale nell'approccio col
cavallo – Alla riscoperta di sicure basi per insegnare l’equitazione."
di Fabio Manzettispecialista in psicologia, agopuntura
e massaggio per equini - Tomter - Norvegia
INTRODUZIONE
Poter comprendere il proprio cavallo e' fondamentale per conquistarne la
fiducia ed il rispetto. Il cavallo e' un individuo con proprie emozioni ed
una propria personalita' esattamente come noi esseri umani e merita rispetto
per cio' che e'. Questo meraviglioso individuo aristocratico e pur docile
e servizievole ci dara' tutto di se' solo se sapremo capirne le emozioni
e dargli fiducia. Solo cosi' potremo diventarne il leader amato e rispettato.
Questi concetti non sono per niente nuovi ed i vecchi uomini di cavallo,
di cui ormai ne sono rimasti ben pochi, li hanno sempre usati. Andando ancora
piu' indietro nel tempo, i boscaioli ed i contadini della società
rurale-agricola avevano nei loro cavalli un compagno di lavor inseparabile
con quale comunicavano senza parole - quasi telepaticamente. Andando ancora
piu' indietro nei tempi, indiani del Nord America e cow boys dovevano poter
contare ciecamente sui propri cavalli, pena la morte in battaglia.
Dunque la comunicazione uomo-cavallo basata sui principi naturali ed istintivi
del cavallo non e' una invenzione degli ultimi dieci o venti anni anche se
è grazie al lavoro che il californiano Monty Roberts ha fatto con
i cavalli della Regina Elisabetta che questa materia è arrivata
alla ribalta.
Pur avendo una matrice comune, si sono sviluppate pratiche diverse
di realizzare questa comunicazione ed i metodi piu' noti sono quelli
di Monty Roberts, Pat Parelli, Tom Dorrance e Klaus Ferdinand Hempfling.
COME COMUNICA IL CAVALLO?
Il paradigma comunicativo del cavallo si basa su:
1. Movimenti del corpo, quasi completamente senza suoni.
2. Fuggire da tutto ciò che ha connotati di stress
o di pericolo.
3. Obbedire al leader del gruppo, pur verificando regolarmente
che il leader sia degno del suo ruolo.
4. Il cavallo non moralizza, risponde agli stimoli. Pertanto
vive in un mondo “adesso e qui”.
A questo proposito, è importante rilevare la fondamentale differenza
fra il paradigma comunicativo del cavallo - animale predato, erbivoro e di
mole notevolmente maggiore dell’uomo - e quello del cane - animale predatore,
carnivoro e di mole facilmente dominabile dall’uomo. (Questo tema verrà
approfondito nel corso della relazione).
COME COMUNICA L’UOMO?
Il paradigma comunicativo dell’uomo si basa su:
1. Comunicazione verbale molto importante. (Pericolo: Le
parole spesso celano la verità invece di farla risaltare.)
2. Focalizzazione spesso estrema su ciò che appare,
non su ciò che è.
3. Estrema attenzione a come gli altri ci giudicano. Paura
di non soddisfare gli altri.
4. I movimenti del corpo, tuttavia, svelano spesso le nostre
vere emozioni. Il cavallo non si può ingannare su questo punto!
5. Attitudine mentale basata sul postulato che “l’attacco
è la migliore difesa.”
LE 6 REGOLE DELL’ETOLOGIA EQUINA
1) L’allenamento del cavallo comincia nel momento in cui
ci avviciniamo al cavallo.
2) Tratta il cavallo con rispetto, riceverai rispetto e
disponibilità.
3) Coerenza, Serenità e Decisione sono le tre qualità
del leader. Tu sei il capo branco e senza queste qualità non ne avrai
la fiducia.
4) Quando ti sei conquistato questa fiducia, hai anche
assunto la responsabilità di condurre il branco lontano dai pericoli.
5) Regolarmente, i membri del branco testeranno le tue
qualità di capo. E’ naturale. Il cavallo ha vissuto milioni di anni,
grazie a questa qualità ed alla sua velocità nello sfuggire
ai pericoli.
6) Pensa all’allenamento del cavallo come ad un gioco.
Il tuo ruolo come leader del gruppo è di motivare il cavallo a fare
ciò che desideri.
COME UTILIZZARE LE BASI ETOLOGICHE PER MIGLIORARE L’INSEGNAMENTO DELL’EQUITAZIONE
L’esperienza dimostra che l’adozione di queste regole non solo migliora il
rapporto uomo-cavallo, ma permette all’uomo di raggiungere una condizione
di maggiore armonia interiore con effetti positivi che vanno ben al di là
del rapporto con cavallo e che infatti abbracciano il vsto reame dei rapporti
interpersonali. E come nei rapporti interpersonali, in cui ogni individuo
costruisce su una piattaforma comunicativa comune, anche qui il singolo può
usare tutta la sua creatività nello stabilire il suo rapporto con
il cavallo – ovviamente nel rispetto delle leggi fondamentali della comunicazione
equina.
Soltanto dopo aver acquisito quell’armonia interiore si riesce a immedesimarsi
nel nostro ruolo di cavaliere e di leader del gruppo. Soltanto allora si
potrà capire appieno il valore della comunicazione isodinamica che
è alla base di una equitazione naturale, col minimo di aiuti e strumenti
esterni al corpo del cavaliere.
Per chi prepara gli istruttori, dovrebbe essere importante mettere in evidenza
la validità di questa modalità comunicativa, adoperandosi nel
contempo affinchè questa venga trasmessa con quel pluralismo di angolature
che è insito nella comunicazione interpersonale.
Per un istruttore di equitazione è importante sia prepararsi su questo
tema per il proprio arricchimanto professionale, sia assicurarsi che l’allievo
possieda e pratichi i principi dell’etologia per poter costruire su questa
base tutto l’allenamento montato – a pelo e con la sella - che costituisce
la parte centrale del corso di equitazione.
"Equitazione e sociale.Strumenti e metodi: alcune considerazioni"
di Nicoletta Angelini Responsabile del Centro di Attività
Equestri Integrate® L’Auriga
Si comincia a parlare di Equitazione sociale: prima di tentare una definizione,
è forse più facile dire quello che equitazione sociale non
è, in modo quasi montaliano. Per certo, equitazione sociale non è
la somma di equitazione e sociale: non basta mettere insieme due parole –due
belle parole- per creare un nuovo concetto. Perché per diventare nuovi,
i concetti devono essere provati e messi in atto, “digeriti”. Dal prodotto
di due concetti, e non dalla loro somma, può nascerne uno nuovo, più
“potente” dei due che lo hanno generato. Le considerazioni che seguono sono
frutto dell’esperienza ultradecennale del Centro di Attività Equestri
Integrate L’Auriga®, voluto quale incubatore ove osservare, studiare
e realizzare la relazione uomo-cavallo, per divulgarne il potenziale innovativo.
Partiamo dai termini: “equitazione”; “equestre”; “sociale”.
Equitazione: il cavalcare, l’arte del cavalcare.
Equestre: basato sull’impiego del cavallo.
Sociale: relativo alla partecipazione dell’uomo ad una comunità concepita
come un campo ordinato di rapporti in cui siano riconosciuti i diritti (e
i doveri).
Proviamo a guardare all’equitazione, cercando di verificarne la socialità,
esaminando cioè la forma sociale del microcosmo equitazione. L’ambiente:
quello del Centro ippico. Gli attori: uomo e cavallo. Cosa accade in un Centro
ippico tipico? E cosa in un “Centro equestre orientato al sociale”? Generalizziamo
ed esageriamo un poco, per rappresentare i due termini della questione:
Nel Centro Ippico…
• …è alta la conflittualità e la competizione
tra attori
• Esistono sempre allievi prediletti
• L’Istruttore è il modello da emulare
• Esiste il cavallo più “fico”, riservato
a pochi
• La club house è in genere di tutti ma di qualcuno
di più
Nel Centro equestre orientato al sociale….
• …la conflittualità e la competizione sono sintomi
su cui lavorare
• Gli allievi sono del Centro e non dell’Istruttore
• L’Istruttore è il mediatore che conduce verso
l’autonomia
• Esiste il cavallo adatto a ciascuno e il cavallo desiderato
da tutti
• La club house è un posto aperto ma non per
tutti fruibile
Sciogliendo l’elenco e cercando di metterlo in frasi: nel Centro ippico si
gioca la carta della competitività in una mimesi della società,
percepita come luogo di autopromozione, talvolta a spese dell’altro.
Nel Centro orientato al sociale si accolgono bisogni e aspirazioni dei frequentatori
e si media tra le richieste dei singoli e le necessità del gruppo.
L’altro come disvalore qui non esiste, in quanto ognuno è altro, unico
e pari.
Questo, per quanto riguarda le dinamiche umane; riguardo alla percezione
del cavallo, la differenza è quella che passa tra “bene” e “strumento”:
anche quando le sensibilità sono forti, accade talvolta che il cavallo
quantificabile come bene sia usato finchè produttivo. Nell’accezione
di individuo-compagno-collaboratore, nel sociale, anche quando la situazione
si fa anti-economica, come in caso di malattia o morte, viene riconosciuto
all’animale la dignità di essere.
Il rispetto e il benessere sono garantiti al cavallo in quanto individuo
di uguale dignità e specie diversa: il valore riconosciuto all’alterità
interspecifica si somma a quello riservato agli individui diversi nella stessa
specie e rafforza il messaggio sociale del Centro: siamo diversi, ti
accolgo, dialoghiamo, ci integriamo.
Per sviluppare appieno le potenzialità di questo tipo di approccio,
sono necessari un ambiente appositamente strutturato e la mediazione
degli operatori, dalla segreteria all’istruttore.
Ambiente come
• Contenitore delle azioni rivolte a facilitare l’interazione
cavallo/persona
• Spazio organizzato a garanzia del benessere della persona
e dell’animale cavallo.
Operatori con
• Consapevolezza del ruolo
• Coerenza tra azioni ed obiettivi
• Competenze relazionali
• Capacità osservative
• Rapporto definito con il cavallo
• Capacità di operare in équipe multidisciplinare
Gli operatori lavorano in squadra, con metodo e regole, attuando cioè
una sequenza di azioni e verifiche sul percorso di accoglienza e sostegno
alla persona, dentro un insieme di norme orientate allo sviluppo dell’individuo
e del gruppo di riferimento. Stiamo parlando di competenze forti, molte delle
quali si possono costruire con un percorso accademico e tecnico, ma che non
possono prescindere dall’inclinazione personale. L’équipe multidisciplinare
è risorsa e garanzia di competenza a 360° nei diversi “spicchi”
di relazione: uomo-uomo, uomo-cavallo, istruttore-allievo, allievo-famiglia
e/o gruppo di appartenenza.
Allarghiamo ora il panorama e introduciamo nel Centro orientato al sociale
il “Fattore H” e una nuova coppia relazionale, quella formata da istruttore
e (allievo) disabile.
Il mondo diversamente abile rappresenta soltanto una delle molte diversità
possibili, ma forse quella percepita come maggiormente discriminante: l’ambiente
dovrebbe valorizzarla e metterla a frutto per le sue potenzialità.
Sport o riabilitazione, il cavallo è l’elemento centrale della relazione,
valorizzato soprattutto nella sua disponibilità ad interagire con
l’altro. Questa centralità, se è fondamentale nell’impiego
sportivo, è addirittura irrinunciabile quando si tratta di impiego
terapeutico.
In una interazione che si dichiara di pari dignità, infatti,
ciò che nel rapporto è riservato al cavallo passerà
come ciò che è riservato all’altro tout court, con un trasferimento
logico imperniato sul trattamento della differenza. L’uomo è diverso
dal cavallo, così come il dis-abile è differente dal “normodotato”:
rispettare il cavallo e il suo essere altro, diverso, significa rispettare
e accogliere tutte le differenze, anche e a maggior ragione quelle tra persone.
L’accoglimento, facilitato e mediato nella relazione, porta all’integrazione.
Relazione-integrazione: due facce della stessa medaglia e campo d’azione
dell’agire sociale, che è tale in quanto ricerca, promuove e sperimenta
il rapporto tra individui, a partire dall’interazione uomo-cavallo. Lo scopo
è chiaramente sociale, poiché mette in relazione esseri umani
in una comunità con rapporti ordinati, proprio come prevede la definizione
vista all’inizio. Questo accade normalmente in molte attività, dall’equitazione
al club del punto croce: nel centro sociale tuttavia, l’integrazione non
è una ricaduta casual-secondaria dell’attività principale ma
obiettivo consapevolmente perseguito.
All”ippoterapia”, pratica ormai trentennale in Italia e radice dell’equitazione
sociale, va riconosciuta una “virtuosa” contaminazione dell’equitazione,
posta di fronte a nuovi interrogativi e punti di vista. Questo ha avuto ricadute
in termini di accoglienza della diversità e di maggiore attenzione
pedagogica: la stessa FISE ha incluso recentemente l’equitazione sociale
tra le attività di interesse federale, con l’impegno di diffonderla
e sostenerla.
Ci sembra tuttavia francamente lontana la possibilità di attribuire
carattere sociale alle attività dei Centri ippici almeno fino a quando,
rimettendo in gioco valori e funzioni, non si giunga ad una definizione chiara
e condivisa del concetto di fare sociale e in ultimo di benessere.
Ultimo interrogativo, sotteso però a quelli già posti, e fondamentale:
sociale è uguale a socialmente utile? Ovvero: è sufficiente,
per definirsi “sociale”, rivolgere la propria attività a chi
è “socialmente svantaggiato” e quindi necessita di essere recuperato?
O è sociale ciò che all’intera società si rivolge, confermando
a ciascuno il medesimo diritto di cittadinanza?