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Intervista di Marzia Biraghi a LOUIS VALENÇA
Nel mese di Giugno ho avuto occasione di ritornare in Portogallo.
In previsione della fiera di Verona dove noi della SIAEC volevamo rendere
tributo a quello che è stato uno dei più grandi maestri del
nostro secolo nella ricorrenza del decimo anno della sua scomparsa, ho
pensato di intervistare il Sig. Luis Valença, proprietario del centro
equestre di Leziria Grande a Vilafranca de Xira, vicino a Lisbona. Luis
Valença è universalmente noto come maestro di equitazione
e per i magnifici spettacoli equestri che organizza non solo nel suo centro,
ma ovunque in Portogallo e nel mondo. Egli è stato allievo e amico
di Nuno Oliveira col quale, peraltro, era anche imparentato, avendo quest’ultimo
sposato una sua cugina.
Mi ha ricevuta con grande cortesia e ospitalità e si è
prestato volentieri a quest’intervista in cui ritengo abbia tracciato il
vivido ritratto di un personaggio tanto difficile e complesso da descrivere.
-D.-: «Come è incominciato il suo rapporto con Nuno Oliveira?»
-R.-: Io incominciai a montare quando ero molto giovane, grazie
al mio padrino di battesimo che era un appassionato di equitazione e possedeva
alcuni cavalli. Colui che mi mise in sella fu un grande Maestro appartenente
alla vecchia scuola, ‘Baucherista’ convinto, che all’epoca aveva 82 anni
e che seguiva i cavalli del mio padrino. Un giorno, mentre ero al maneggio
con quest’ultimo, arrivò Oliveira per vedere un cavallo che era
in vendita. Mi chiese di montarlo per poterlo osservare. Io accettai volentieri.
Si trattava di un cavallo lavorato e addestrato secondo il sistema Baucher,
in grado di eseguire tutte le più complesse arie di alta scuola.
Cercai di esprimere il meglio di me stesso e del cavallo nonostante la
mia modesta e breve esperienza. Quando scesi Oliveira mi disse: «Molto
bene, ma l’equitazione non è questo!» Questo succedeva a mezzogiorno.
Alle due del pomeriggio rientrai a casa per colazione e mia madre mi disse:
«Sai chi è al telefono con me da più di un’ora?»
Era Oliveira che mi invitava a recarmi presso di lui perché, dato
che sapeva che volevo diventare un professionista, intendeva parlarmi.
Così feci e, parlando con lui, mi disse che a suo avviso l’equitazione
non si fermava a Baucher, che personalmente aveva un altro concetto dell’equitazione
e che se volevo intraprendere questa strada era disponibile a darmi lezione.
Poiché io accettai di buon grado, mi disse subito senza mezzi termini
che potevo andare da lui tutti i giorni ma che alle sette del mattino dovevo
essere già in sella. Fu così che incominciai la mia lunga
esperienza con questo straordinario uomo e Maestro.
-D:-: «Dovendo parlare di Oliveira, quali sono gli aspetti della sua persona che metterebbe più in risalto?»
-R.-: Ciò che più mi preme trasmettere di Oliveira è la sua straordinaria, sincera e profonda passione per il cavallo e per l’equitazione.
In lui albergava il fuoco della passione per il cavallo: quando aveva nelle mani un cavallo nuovo impazziva di gioia come un bambino di fronte a un giocattolo a lungo desiderato. Si precipitava allora per vederlo, per fargli la toilette, per lavorarlo, come se fosse il primo cavallo della sua vita.
Non ha mai avuto i mezzi per comprare cavalli di qualità straordinarie, per cui i cavalli mediocri con cui era costretto a lavorare, hanno costituito per lui una fonte e un laboratorio ricchissimo di esperienze. Era un uomo che lavorava dalle cinque del mattino fino a sera. Lavorava quotidianamente anche per 14 ore e, di sicuro, quando riposava pensava al lavoro da eseguire sui suoi cavalli nel giorno seguente.
Il successo che quest’uomo ha avuto lo deve alla sua passione
che andava al di là del normale, difficile a tradurre in parole.
Le sue grandi passioni erano l’equitazione e la famiglia
Verso la fine della sua vita, quando tornava da alcuni dei suoi stages
più importanti, la prima cosa che voleva era che io gli trovassi
un nuovo cavallo. Non era un uomo avvezzo alla routine, ma, al contrario,
un uomo che creava sempre qualcosa di nuovo, per provare nuove esperienze
e poter sperimentare cose nuove. Mi diceva: »Avrei voglia di un cavallo
baio con questa o quella qualità» oppure: «Vorrei un
grigio un po’ arabizzato» o ancora: «Mi piacerebbe un incrocio
fra la tal razza e la tal altra...» ‘Aveva voglia...’ Questa
era la passione. Era come un artista che ‘ha voglia’ di fare un quadro
che esprima determinati sentimenti, che abbia determinati significati,
con determinati colori. E io gli rispondevo «Vedrò cosa posso
fare, vedrò quello che trovo.» E così incominciavo
a cercare. Un’ora dopo, due al massimo, mi telefonava e mi chiedeva: «Hai
trovato qualcosa d’interessante? Hai trovato il cavallo?» E non taceva
neanche un minuto. Questo comportamento era il frutto della sua passione!
Mi telefonava spesso alle cinque e mezzo del mattino... «Sei sveglio?»
«Adesso che mi hai telefonato, sì, certamente sono sveglio!»
«Questi giovani... sanno solo perdere tempo!». ‘Perdere tempo’...
Diceva: »L’uomo deve dormire per riposare il necessario. Per il resto,
l’uomo ha una sua funzione nella vita.» E lui una funzione ce l’aveva,
e assai piena! Ed era felice per questo. Era un uomo sicuramente infelice
per tanti altri motivi, ma felice perché animato da una profonda
passione. Nel momento in cui io trovavo un cavallo con i requisiti richiesti,
veniva da me, lo guardava, e, se soddisfava le sue esigenze, lo comprava
e subito pensava al trasporto, preoccupandosene come il padre si preoccupa
di trasportare il figlio nelle migliori condizioni per la paura che si
possa far male o che succeda qualcosa di irreparabile. I poveri trasportatori
lo guardavano come se fosse matto!
Ma tutto questo era dovuto alla pressione della ‘voglia’ di sperimentare e creare qualcosa di nuovo.
Un uomo che aveva già, presso di sé, molto lavoro
e molti cavalli da montare, ma la ‘cosa’ nuova costituiva sempre una nuova
esperienza. Credo che questo facesse parte della sua vita, e, in parte,
questo modo di essere gli ha procurato il successo che si meritava.
Anche con i suoi allievi desiderava ardentemente che essi facessero le cose come lui le pensava. Talvolta si arrabbiava molto, soprattutto verso la fine della sua vita. Ma bisogna cercare di capire: Oliveira era un uomo che viveva nel suo mondo, costituito principalmente dal ‘suo’ mondo equestre, da lui creato, che molto si differenziava da quello al di fuori. Il resto della gente viveva in una realtà un po’ plastificata, mentre per lui esistevano solo il suo mondo e l’equitazione. Fra gli allievi di un maestro ci sono sempre quelli più dotati e quelli meno. Talvolta si arrabbiava anche con quelli maggiormente portati perché si diceva: «Ma come?! Ho dedicato tutta la mia vita all’equitazione, a questo nobile animale che è il cavallo e non riesco a trasmettere quello che provo dentro di me!» Erano i momenti negativi in cui gli allievi dovevano combattere con se stessi e piegarsi alle insistenze e alle intemperanze del maestro, ma lo facevano di buon grado perché sapevano di avere il privilegio di stare nel tempio di un grande sapiente.
Ricordo, un giorno, il Prof. Da Costa, luminare della chirurgia,
aver pronunciato queste parole: «Nuno, di tutti i professionisti
che conosco, in tutte le professioni, sei il più efficace, dotato
e profondo, perché hai dedicato tutta la tua vita, persino i momenti
di riposo, al tuo lavoro» Ma non era una questione di testardaggine,
bensì di passione. Era un uomo che cercava sempre la verità.
Io ritengo che nel mondo equestre ci siano stati tre grandi geni: Senofonte,
La Guerinière e Baucher. Con questo non voglio dire che tutti gli
altri grandi non abbiano avuto la loro parte, anche assai importante, in
equitazione, ma con quel fuoco, quella passione e quella genialità,
i primi tre si sono distinti dagli altri. E io paragono molto Oliveira
a Baucher. Non tanto nella metodologia, ma perché quest’ultimo ha
condotto una guerra terribile per propugnare un sistema di equitazione
da lui inventato e, al termine della sua vita, si è reso conto che
questo sistema era sbagliato ed ha avuto il coraggio di enunciare pubblicamente
che non era così che bisognava procedere con i cavalli, bensì
in un altro modo ancora. E Oliveira ha fatto più o meno la stessa
cosa. Era sempre in cerca della ‘verità’. Ha dunque passato delle
fasi, che io posso testimoniare perché le ho viste e ho seguito
il suo lavoro passo a passo, e, per ogni fase del suo lavoro, aveva delle
spiegazioni. Ma in realtà, cosa cercava Oliveira quando lavorava
i suoi cavalli? La bellezza. Egli diceva: «Cerco sempre la bellezza,
ma non ci può essere bellezza senza amore.» Ed è vero.
E con queste premesse egli lavorava i suoi cavalli, da qui la differenza
rispetto agli altri sistemi che, tutti, senza distinzione, appaiono meccanici,
angolari, ripetitivi, di routine. Dico questo nel tentativo di trasmettere
un po’ l’idea di chi e come era il Maestro Oliveira.
Ma chi era Oliveira? A parte l’equitazione, era un capo famiglia straordinario. La sua maggior preoccupazione, insieme all’equitazione, era la famiglia: la moglie, i figli. Ricordo, erano gli anni sessanta, quando al mattino presto entrava in maneggio per lavorare i suoi cavalli e, a quell’ora, non c’erano allievi ammessi, perché le lezioni avvenivano più tardi, quando lui aveva terminato di lavorare i propri cavalli. Fra un cavallo e l’altro, attendendo che il palafreniere gli conducesse il prossimo da montare, telefonava a casa, magari soltanto per chiedere alla moglie come stava, o per mandarle un bacio o per dirle ‘ti amo’. Io rimanevo esterrefatto di fronte a qualcosa che mi sembrava puerile. Mi domandavo se era normale per un uomo di quell’età - allora aveva circa 42 anni - comportarsi così! Ero troppo giovane per capire che, invece, era il suo spirito che aveva bisogno di esprimersi. Egli era se stesso sempre: con la famiglia, con gli amici, con il mondo circostante, con i cavalli. Aveva una personalità differente da tutte le altre, nella sua parte positiva, ritengo.
Certe persone hanno trasformato tutto questo, e, mal interpretandolo, hanno detto che era follia.
Ebbene, io posso dire che sì, era una follia, se in questa
risiedono amore e passione tali come lui li viveva.
Oliveira era anche un uomo pratico. Nel 1962 doveva fare una presentazione
a Lucerna, che sarebbe stata filmata in eurovisione, con Euclide e Beau
Geste. Il giorno prima li aveva presentati all’Haras di Avenches. Un palafreniere
era incaricato di venire a prendere i cavalli con un camion per trasportarli
nelle scuderie dove si sarebbe svolto lo spettacolo il giorno successivo.
A sera inoltrata non si vedeva arrivare ancora nessuno. Oliveira non si
perse d’animo: montò su Euclide, fece montare Beau Geste a un funzionario
dell’Haras e insieme percorsero a cavallo 20 Km fino a Faoug dove i cavalli
furono alloggiati in una scuderia e i cavalieri poterono riposare in un
albergo. L’indomani mattina alle cinque un vagone speciale per cavalli
fu attaccato al treno per Lucerna. All’arrivo, Oliveira fu costretto ad
attraversare la città, in mezzo al traffico, con Euclide alla mano
seguito da Beau Geste tenuto da un uomo che non aveva la più pallida
idea di cosa fosse un cavallo!
-D.-: «Essendo un uomo perennemente in cerca della verità,
animato da sincera passione e con il desiderio costante di sperimentare,
avrà passato diverse fasi in equitazione.»
-R.-: Negli anni ‘70, quando Oliveira si recava ormai spesso all’estero, per presentarsi a concorsi e manifestazioni con i suoi cavalli, quando, così facendo, mise in moto quel meccanismo che da allora non si è mai più arrestato, e cioè quello dell’esportazione dei nostri cavalli all’estero dove, fino a quel momento, erano pressoché sconosciuti, incominciò anche a sperimentare cavalli diversi, appartenenti a diverse e molteplici razze, e cavalli da competizione. Allora, anche il suo modo di praticare l’equitazione cambiò: divenne più nel movimento in avanti, anche con i lusitani. E lo si poteva notare, per esempio, nell’estensione dei trotti e persino nel modo di presentarli: con la criniera tagliata. Ma tutto questo avveniva, però, senza mai perdere di vista il suo ideale nell’equitazione: la bellezza e la leggerezza.
Poi ritornò ad un tipo di equitazione più portoghese
(ed è il momento di Soante) per passare, successivamente, ai cavalli
incrociati, per esempio di origine russa. Ecco allora Bunker, un cavallo
giudicato impossibile da addestrare in alta scuola; un cavallo che proveniva
dalle corse, lungo, sul garrese, assolutamente non adatto a questo tipo
di servizio. Eppure riuscì ad ottenere dei risultati che avevano
dello stupefacente! Chiunque avesse visto Bunker prima del suo lavoro e
dopo, non avrebbe mai potuto asserire che si trattava dello stesso cavallo!
A proposito di ciò che dicevo poc’anzi sul cavallo lusitano e, più in generale, iberico, poco conosciuto all’estero, mi preme sottolineare un dato di fatto determinante: Oliveira ebbe il coraggio di uscire dai confini del suo Paese con i cavalli portoghesi negli anni ‘60. La prima volta che si presentò all’estero fu in Svizzera, a Ginevra con Beau Geste. Per quei tempi, soprattutto nel mondo dei concorsi ippici, chiunque avrebbe giudicato assurdo e impensabile l’eseguire una presentazione con un cavallo iberico, ritenuto un cavallo di seconda scelta. E’ grazie a lui che il cavallo iberico, identificato dal grande pubblico, laddove conosciuto, con le stampe antiche, fa il suo primo ingresso ufficiale nel mondo dell’equitazione. Tutti gli allevatori portoghesi devono a lui la loro fortuna: fino ad allora il cavallo iberico era sempre rimasto nei confini della sua terra, allevato e selezionato per la tauromachia. Oliveira ha mostrato al mondo intero le qualità e la duttilità di questa razza.
Pongo l’accento su questo perché mi duole constatare che
un così grande uomo, non solo appassionato per l’equitazione, ma
propugnatore convinto del cavallo lusitano, che tanto si è battuto
per farne conoscere le qualità nel resto del mondo, è caduto
nell’oblio e non viene nemmeno menzionato dal grande numero di allevatori
odierni.
-D.-: «Mi è stato detto che ad un certo punto della sua vita ha incominciato a sperimentare cavalli non autoctoni anche perché non si sentiva capito nel suo paese, dove si tendeva, piuttosto, ad associare la sua bravura alla grande docilità e duttilità del cavallo portoghese. E’ vero?»
-R.-: «Sì, è vero, e Le spiego perché. All’inizio
della sua carriera equestre, negli anni ‘40, il mondo dell’equitazione
era in mano ai militari. Se un civile ‘osava’ distinguersi per capacità,
veniva subito penalizzato. E, durante la sua giovinezza, accadde proprio
questo. Ma lui non si lasciò sopraffare. Incominciò a farsi
notare e, a proposito di questo, posso raccontarLe un aneddoto. Era l’epoca
della fiera di Golegã (paragonabile alla nostra antica fiera di
Verona, quando questa aveva ancora un sapore più paesano ma, non
per questo, era meno importante), Oliveira aveva allora circa 22 anni.
Vi andò per il concorso di morfologia, al quale assistevano molti
dei colonnelli di cavalleria, presenti per valutare l’eventuale acquisto
di cavalli. Oliveira si trovava al centro della pista e stava montando
un cavallo appartenente ad una famiglia per la quale lui lavorava. Alla
presenza di tanti colonnelli volle un po’ provocare esibendosi in passage
e piaffer. Quando dico ‘provocare’, non intendo dire che volesse mettersi
in mostra per un mero senso di vanità, ma, al contrario, che tentava
disperatamente, ad ogni occasione possibile, di dimostrare che l’equitazione
poteva anche essere un’altra cosa: e cioè il frutto sì di
una tecnica, perché senza di questa nessun cavaliere può
certo ritenersi tale ed emergere, ma intrisa di bellezza, leggerezza e
armonia. Il commento dei colonnelli fu positivo sebbene condito con qualche
nota di disapprovazione, perché, data l’epoca e il sistema vigente,
un civile non poteva certo emergere sui militari. Allora il Maestro non
si perse d’animo e, senza sollevare discussione alcuna, facendo finta di
non aver sentito, si mise ad eseguire più di 360 cambiamenti di
piede sull’otto, finché uno dei colonnelli disse «Basta, è
sufficiente!».
Era un uomo che è riuscito nel suo mestiere con le proprie
capacità e con i propri mezzi. Ma ha sempre sofferto delle gelosie
altrui.
-D.-: «Parlando e sentendo parlare di Oliveira, mi è stata trasmessa questa impressione: che fosse molto apprezzato dai grandi cavalieri contemporanei, come Podhajsky, Durand ecc., ma che fosse mal visto dalla grande moltitudine.»
-R.-: E’ vero: fu apprezzato dai geni dell’equitazione, ma odiato da tutti gli altri che, animati da invidia e gelosia, lo criticarono non soltanto come cavaliere ma anche come uomo, facilitati dal suo carattere schietto e passionale che ben si prestava alla critica. Dimenticato, dopo la morte, persino dalla Federazione Equestre, sopravvive nel vivido e caloroso ricordo dei suoi allievi che furono numerosissimi.
Lei ha menzionato Podhajsky e Durand. Le cito due esempi. Nel ‘54 la Scuola Spagnola di Vienna venne a fare una presentazione all’arena di Campo Pequeno a Lisbona. L’organizzazione invitò i cavalieri di tauromachia David Ribeiro Telles e José Rosa Rodrigues, perché partecipassero allo spettacolo del gran finale dando una dimostrazione di tauromachia a cavallo. In questo tipo di spettacolo, per tradizione, prima della lotta contro il toro, i cavalieri sfilano a cavallo in costume settecentesco eseguendo figure d’alta scuola. A tale parata si pensò di far prendere parte anche il Colonnello Podhasjky sul suo lipizzano Pluto. Telles aveva un cavallo grigio, ma non così era per Rodrigues. Fu domandato, allora, a Oliveira di portare il suo cavallo Garoto, bianco come la neve, ma poiché questo non era mai entrato in arena, il Maestro decise di montarlo qualche minuto prima di consegnarlo a Rodrigues. Podhasjky, che era nell’arena, acconsentì che Oliveira entrasse. Per una buona mezz’ora fece fare al suo cavallo tutto ciò che il Colonnello eseguiva sul proprio. Quando scesero da cavallo furono presentati da Fernando Sommer d’Andrade e Oliveira disse a Podhasjky che era stato un onore per lui poterlo veder lavorare e che apprezzava molto la sua equitazione. La cosa fu reciproca e da quel momento nacque un rapporto di profonda stima e amicizia. Quando Oliveira si recò a Vienna, fu ricevuto con grande cortesia e ospitalità.
Nel ‘62 si trovava a Parigi con il suo cavallo Euclide. Fu chiamato al telefono dal Capitano Durand (poi divenuto Colonnello e écuyer en chef di Saumur) da parte del Colonnello Chevalier che gli metteva a disposizione un van per condurre Euclide a Fontainbleu dove avrebbe dovuto montarlo in presenza degli ufficiali che vi si trovavano. Poiché la cosa era impossibile a realizzarsi dati gli impegni già presi da Oliveira, questi invitò il Capitano Durand e il Luogotenente Croute a montarlo. Quando Durand scese dal cavallo, dopo averlo montato in maniera brillante, disse: «Che messa in mano! E’ il cavallo che ci vorrebbe per l’ècuyer en chef del Cadre Noir!» Da quel momento divennero grandi amici e, successivamente, fu invitato a Saumur per trasmettere la sua esperienza ai cavalieri di quell’accademia, dove si recò a più riprese.
Come vede, fra grandi cavalieri non ci sono meschinità
e problemi di invidia, bensì la voglia di confrontarsi, di imparare
e sperimentare cose nuove e di avvalersi dell’esperienza altrui.
-D.-: «Tutti i cavalieri, allievi di Oliveira, che ho conosciuto mi hanno sempre descritto il suo maneggio e i loro soggiorni presso di lui in termini entusiastici...»
-R.-: Oliveira era dotato di una personalità sorprendente, anche se a volte, data la sua schiettezza, la sua profonda sensibilità e la sua passionalità, il suo carattere appariva spigoloso.
Non inseguì mai il denaro né mai si perse per denaro. I suoi guadagni erano a profitto della famiglia e investiti in cavalli. Quello che cercò sempre di fare era di trasmettere la sua profonda conoscenza equestre, la propria passione, l’ossequio per il cavallo, rispettando un ideale di bellezza e amore.
Ad un certo punto della sua vita, quando raggiunse finalmente i mezzi per rendersi completamente indipendente, si innamorò di un terreno nella zona di Avessada e lo comprò con l’entusiasmo tipico della persona passionale. La proprietà si trovava confinata in una zona lontana dalla capitale ed era molto isolata. Inizialmente non era addirittura possibile raggiungerla dal villaggio in auto poiché non esisteva nemmeno la strada e bisognava percorrere 1 Km a piedi. Ma lui vedeva già realizzato il disegno che era nella sua mente.
Il maneggio era piccolo, freddo d’inverno, ma con un’atmosfera straordinaria, magica, soprannaturale ed era sempre inondato di musica. Nonostante le difficoltà per arrivarci, la gente vi ci si recava con lo spirito e il rispetto di chi si reca in una cattedrale o in un santuario. Chi andava da lui sapeva, ma soprattutto sentiva, di essere nel tempio di un grande Maestro. Tutto questo può apparire romantico e sdolcinato o addirittura esagerato. Ma per chi ha vissuto queste esperienze, Le posso garantire che queste erano le sensazioni che si provavano.
Le voglio raccontare un episodio che, di tutti, è quello che più
mi ha colpito e che sempre rimarrà nel mio cuore. - Un giorno, mentre
stava montando, scese dal cavallo perché chiamato con urgenza al
telefono. Rimase parecchio tempo al telefono. Tornò visibilmente
commosso. Ordinò al palafreniere di riportare al box il cavallo
che stava montando e di portargli un anglo-arabo appartenente ad una cliente.
Cambiò la musica (Oliveira ha sempre montato ascoltando musica classica.
Era un grande appassionato d’opera e il suo autore preferito era Verdi)
e mise il Requiem di Verdi. Quando il cavallo arrivò, lo montò
ponendosi al centro del maneggio in direzione della montagna di fronte.
Eseguì una flessione a destra e una a sinistra, fece indietreggiare
il cavallo di qualche passo e lo mise al piaffer. A partire da quel momento,
furono venti minuti di equitazione sublime che, per noi spettatori ignari
di cosa si stava agitando nel cuore del maestro, ci lasciarono col fiato
sospeso per la bellezza dei movimenti e dell’atteggiamento del cavallo
e per la sintonia che fondeva cavallo e cavaliere. Al termine di questa
breve sequenza scese da cavallo, disse che quel cavallo non l’avrebbe montato
mai più e si mise a piangere. La proprietaria del cavallo si era
suicidata. In pochi brevi istanti era riuscito a fondere natura, sentimento
e arte. Infatti, avvolto da una musica potente, consacrata alla memoria
dei defunti, volle montare per l’ultima volta il cavallo, elemento della
natura, appartenente a quella che fu una delle sue più assidue allieve,
ispirato dal paesaggio circostante e trasfondendo e sublimando la propria
costernazione e il proprio dolore nell’espressione più pura dell’arte
equestre: il piaffer in leggerezza. Era un uomo pieno di amore per le cose
della vita: l’amicizia, la famiglia, la passione per il cavallo.
A cura di Marzia Biraghi
Disegni tratti dal libro: "Nuno Oliveira" di Jean Louis
Sauvat - edizioni Belin